L’umile napoletano protagonista della favoletta si chiama Giuseppe A. D’Angelo, per gli amici Peppe. E come avrete capito sono io. Per cui la smetterò di parlare in terza persona come un mentecatto.

Di me posso raccontarvi che ho una certa età e che vengo da Napoli, ma queste cose forse già le avevate capite.

Quello che mi preme di sottolineare però, nel rispetto della comprensione e dell’utilizzo di questo blog, è che non sono un pizzaiolo, né ho mai studiato per diventare tale. L’avessi fatto non starei qua a scrivere un blog, ma starei sempre là fuori a cercare di rendere felici altri napoletani come me.

Però, se anche non posso vantarmi di essere un pizzaiolo, posso vantarmi di un’altra cosa: sono napoletano. E come tale, lo dico anche con un certo orgoglio (tanto ce lo dite già che ce la tiriamo, quindi perché nasconderlo).

In quanto napoletano sono cresciuto in un determinato ambiente culturale, che vede nella pizza uno dei suoi capisaldi.

Non ce ne vogliate se quando andiamo fuori storciamo il naso appena sentiamo parlare di pizza e poi ci presentano davanti una piadina croccante con uno sputo di salsa e una mozzarella comprata al supermercato sotto casa.

È come se un fiorentino scendesse a Napoli e gli presentassero una chianina originale fatta con i manzi dell’Irpinia.

È come se un palermitano andasse a Milano e gli proponessero un cannolo fatto con la panna.

È come se un genovese andasse a Nizza e gli cucinassero il vero pesto con il prezzemolo.

È come se… insomma, avete capito il concetto. Le varianti esistono, ma le ricette originali che determinano la bontà di un prodotto non si discutono.

Anche la vera pizza napoletana si esprime in numerose declinazioni, ma riesce sempre a distinguersi bene dal mucchio delle pizze generiche: è evidente!

Chi sono io? Un umile napoletano a cui piace la pizza. Quella vera. Quella napoletana.