Tokyo Pizza Tour di Pizza Dixit

31 gennaio – 2 febbraio 2017: non me lo sarei mai aspettato, ma quello che è stato solo il mio secondo Pizza Tour ufficiale mi ha catapultato addirittura dall’altra parte del pianeta. Pensavo che avrei girovagato di più tra le città del Regno Unito e d’Europa prima di andare così lontano. Però, dopo un fallito pizza tour a Dublino (perché una delle due pizzerie che volevo provare era chiusa quel giorno), e un involontario ma non preparato pizza tour a Bristol (di cui parlerò prima o poi), pensavo comunque che mi sarei organizzato qualcos’altro a corto raggio. E invece no.

Ma com’è nato il Tokyo Pizza Tour? In realtà era da un po’ che accarezzavo l’idea di un tour a base di pizza napoletana non solo nella capitale giapponese, ma in tutto il Sol Levante. Questo perché da qualche anno il Giappone è saltato agli onori della cronaca per essere diventato la nuova terra promessa per esportare il nostro piatto preferito. Anzi, più che esportare, importare. Perché non sono tanto i napoletani a viaggiare in Oriente per profumare l’impero dei sensi di basilico, pomodoro e mozzarella. Ma sono i giapponesi che si accollano il peso di cotanto viaggio per venire a imparare nella terra natale della pizza, assorbire tutto l’assorbibile, e riportarlo poi in patria.

E così, volando al di fuori dei confini italiani, New York è a tutti gli effetti la capitale della pizza napoletana in America, Londra sta recuperando il passo per quanto riguarda l’Europa, e Tokyo ha messo il piede sull’acceleratore trascinando con sé tutto il paese. Risultato? La pizza napoletana ha conquistato il Giappone.

Naturalmente un tour che copra l’intero stato insulare è roba da nomadi con tanto tempo libero e portafogli forte. Mentre io ho potuto contare su alcuni giorni di ferie che avevo custodito gelosamente fino a fine gennaio senza fare programmi di nessun tipo. Fino a quando, a una settimana dal periodo di fuga dal lavoro, mi sono reso conto che forse era il caso di prenotare un biglietto. Ed è così che, colto da un raptus di follia improvvisa, di quelli che vorrei mi venissero più spesso, ho deciso di realizzare il sogno di tutta una vita e acquistare un biglietto diretto Londra-Tokyo.

Naturalmente il mio viaggio in Giappone non si è fermato alla sola capitale, ma non è questa la sede in cui parlarne. Veniamo quindi a come ho scelto le pizzerie che hanno funto da banco di prova del mio Tokyo Pizza Tour. Avevo già stabilito che non sarebbero state più di tre, perché le pizzerie nella città sono davvero tante, io solo uno, e comunque del sushi volevo pur mangiarmelo!

L’ispirazione l’ho presa da questo articolo di Dissapore di Antonio Fucito, che ha realizzato un tour simile lo scorso ottobre assaggiando quattro pizzerie. Ispirazione che, ahimé, si è trasformata in una copia spudorata per un semplice motivo. Le prime due pizzerie che leggerete in questo post le conoscevo già, e capirete subito che non potevano essere tralasciate. Della terza, invece, ne sono effettivamente venuto a conoscenza tramite quell’articolo. Non ho deciso di cambiare, però, perché fatta una ricerca su altre testate delle pizzerie napoletane più popolari di Tokyo, questa era l’unica che avesse effettivamente delle foto che mi ispiravano. E perché spendere i miei pochi averi rischiando di mangiare male?

Dopo questa lunghissima premessa, mi sembra il caso di cominciare. Nelle settimane che seguiranno la pubblicazione di questo post, pubblicherò anche le recensioni dettagliate sulle pizze in questione. Per ora mi limito a raccontarvi la mia esperienza di viaggio attraverso la cucina partenopea nella terra dei samurai. Buona lettura!

Giorno 1: L’Antica Pizzeria Da Michele, Ebisu

Antica Pizzeria da Michele Tokyo Margherita doppia mozzarella

Arrivo a l’una del pomeriggio a Tokyo, dopo un volo durato 11 ore in cui non ho minimamente dormito. Ironicamente, nonostante siamo a fine gennaio, mi assale un clima che sembra riportarmi proprio a una Napoli primaverile: 18 gradi, un caldo asciutto e un vago sentore di brezza marina nell’aria (nonostante la stazione centrale non si trovi proprio vicinissima al porto). La gente gira con i giacconi invernali, io non ce la faccio, mi spoglio di tutto e mi metto in T-shirt. Non potevo desiderare accoglienza migliore, l’entusiasmo si appropria di me con un bambino, e questo sarà l’errore fatale: il pomeriggio decido di uscire senza maglione, ma solo con una giacca di pelle a coprire le mie nude braccia. La sera non sarà altrettanto benevola.

Incurante di quelli che potranno essere gli effetti devastanti del jet lag decido di non sprecare neanche un minuto a dormire, e dopo il check-in in ostello mi metto in strada. E la sera mi dirigerò direttamente verso il quartiere che rappresenta Tokyo nell’immaginario di tutto il mondo: Shibuya. Il mitico incrocio non è poi così affollato, ma sarà perché è un martedì sera. Ma non mi importa: mi godo le accecanti insegne luminose, gli immani schermi pubblicitari e la musica J-Pop del complessino del momento che esce da ogni altoparlante del quartiere. E mi dirigo verso la pizzeria.

Perché L’Antica Pizzeria Da Michele non poteva che essere la prima tappa di questo viaggio. La centenaria pizzeria napoletana, che vanta sede unica a Napoli, anni fa ha inaugurato proprio nella capitale giapponese il suo franchise Michele in the World: a Tokyo seguiranno Fukuoka, Roma e Londra (e proprio in quest’ultima, ci ero stato due sere prima in vista dell’apertura ufficiale).

Antica Pizzeria da Michele Tokyo diploma pizzaiolo

La pizzeria però non si trova proprio a Shibuya, ma in un quartiere un po’ più piccolo e residenziale chiamato Ebisu. Ci ho messo un po’ a trovarlo, ma dopo una mezz’ora di cammino, in un’anonima stradina laterale, ecco spuntare il faccione di Michele. Entro e mi siedo. Perché sì, qui non ci sono le interminabili attese che accompagnano Napoli, Roma e Londra. Niente numerini di carta colorati, il posto è stato mio sin da subito.

Non che la pizzeria non fosse affollata, ma non più di una qualsiasi altra pizzeria. La clientela era principalmente asiatica, anzi, credo proprio che in quel momento fossi l’unico senza gli occhi a mandorla. Anche lo staff è tutto giapponese, pizzaiolo compreso. Ma i diplomi di conseguimento del titolo nella pizzeria originale incorniciati ed esposti in bella vista mi assicurano subito. D’altronde parliamo di un franchise, quindi ci sono degli standard da rispettare.

E sono rispettati? Be’, il forno a legna c’è. E anche le dimensioni della pizza non deludono, forse di poco inferiori alla leggendaria rota ‘e carretta. Per quanto riguarda gli ingredienti, non ho potuto verificare di persona, ma alla fine è il risultato finale quello che conta. E di quello vi parlerò nella recensione dettagliata.

Giorno 2: Peppe Napoli sta’ ca’, Azabudai

Peppe Napoli sta ca Tokyo

Ho avuto un po’ di difficoltà a trovare questa pizzeria su Google Maps. E ci credo: Google continuava a riportarmela con la traslitterazione giapponese di Naporisutaka. Una volta capito che si trattava dello stesso locale ho avuto vita facile. Soprattutto quando ho scoperto che si trovava a due passi dalla Tokyo Tower. Ho colto due piccioni con una pizza.

La pizzeria di Peppe Errichiello, da cui prende il nome, si trova nel quartiere di Azabudai, anche se per identificarla con l’altra pizzeria viene utilizzato il nome della metro più vicina, Kamiyacho. Sì, perché il successo di tale pizzeria è stato tale che Peppe Errichiello ne ha aperto anche una seconda sede a Setagaya, e ha lasciato la gestione della sede originale al fratello Carlo.

A quanto pare, il nuovo locale è un ristorante vero e proprio, mentre quello dove sono stato io è più una trattoria. E non potevo desiderare di meglio dall’ambiente. Nel momento in cui ho varcato la porta mi sono ritrovato improvvisamente a Napoli. Il colore azzurro predomina su tutto, ma a generare l’effetto di ridondanza sono le innumerevoli sciarpe, magliette, foto dedicate alla squadra del cuore. Leggo su Dissapore che la pizzeria è anche sede del Napoli fan club a Tokyo. Ma a me del calcio me ne può fregare di meno: a me piace il caos colorato.

Peppe Napoli sta cca Tokyo Peppe e pizzaioli

E infatti la pizzeria è strapiena, aspetto dieci minuti prima di poter entrare. Non che ci voglia molto a riempirla, dal momento che farà in tutto una ventina di coperti. Ma tra le quattro mura rimbomba il vociare dei commensali, in un mix fifty-fifty di giapponesi e italiani; e il casino proveniente dall’altra metà della sala, ovvero la cucina con il banco pizzeria, anche questa popolata etnicamente in eguale proporzione. Al forno, ovviamente, Carlo Errichiello. Che ci mette poco a inquadrarmi e a capire le mie origini, e per questo mi fa arrivare a tavola uno spumantino offerto dalla casa. Una gentilezza condivisa con tutti gli italiani in sala.

Dopo aver mangiato la pizza (che potete ammirare in foto, e della quale vi racconterò poi i dettagli), Carlo si intrattiene con me e mi racconta un po’ la storia dei fratelli Errichiello e della pizzeria. L’atmosfera in sala è tutta italianamente chiassosa, ma neanche i giapponesi si risparmiano. Complice l’allegria del personale di sala, tra camerieri e cuochi, qui le differenze geografiche e culturali si abbattono. Non me ne sarei voluto più andare.

Giorno 3: Ca Po Li, Shinjuku

Pizzeria Ca Po Li Tokyo

Cosa si nasconderà mai dietro le tre strane sillabe di questa pizzeria? Un messaggio in codice? La romanizzazione di tre ideogrammi di un oscuro dialetto giapponese? Forse la risposta è nell’insegna all’esterno, dove l’immagine di un golfo riporta la dicitura “Capo di Napoli”, ma sinceramente non ci arrivo. Quello che mi colpisce è il fatto che fuori campeggia lo stemma dell’Associazione Verace Pizza Napoletana. Insomma, questa pizzeria è riconosciuta dalla lobby che detiene con fierezza la paternità del rigido disciplinare.

Mi colpisce ancora di più soprattutto quando vedo che non c’è neanche l’ombra di un italiano in sala. Tutti giapponesi, dalla pizzeria, ai camerieri, alla cucina. Non che la cosa mi dia fastidio, anzi. Ritorno comunque a essere l’unico occidentale, perché anche qui, nelle due ore in cui mi sono intrattenuto, non si sono avvicendati che asiatici. Ma a dirla tutta, di occidentali non se ne vedono molti neanche in giro a Shinjuku, il quartiere dove risiede la pizzeria.

Quello che mi piace subito di questo posto è il fatto che qui sono tutti sorridenti in maniera genuina. Soprattutto una. Quella che catturerà il mio sguardo per quasi tutto il tempo. La pizzaiola. Già è raro incontrare una donna a praticare questo mestiere, trovarne addirittura una in Giappone non è da poco. Forse è proprio il fatto di vedere questa ragazza sveglia e allegra alle prese con un lavoro generalmente “maschilista” che mi affascina così tanto. Ma non è da sola. Ad affiancarla c’è anche un altro pizzaiolo in gamba e sorridente. La sinergia tra i due è lampante, i due formano una coppia perfetta.

Pizzeria Ca Po Li Tokyo pizzaiola e Margherita

Anche qui non voglio dirvi sulla pizza più di quello che vi dice la foto, ma uno spoiler ve lo faccio: tra le tre, è quella che mi è piaciuta di più. E mi ha lasciato con la voglia, anche a causa delle sue dimensioni ridotte. E lì ci sono cascato. Vedendomi passare sotto il naso un calzone fritto ho deciso di effettuare il mio secondo ordine. Il mio stomachino però non è abituato a tutta quest’abbondanza, e più tardi mi odierà.

Nel frattempo, però, cerco di reperire qualche informazione in più sulla pizzeria, chiacchierando con l’unico cameriere che conosce l’inglese e mi fa da interprete con i pizzaioli. Scopro quindi che nessuno di loro è mai stato a Napoli, e hanno imparato a fare la pizza a Tokyo. Anche della proprietà del posto ne capisco ben poco: a quanto pare i proprietari non sono italiani, ma un consorzio che possiede anche altri locali nell’edificio in cui si trova la pizzeria. Mah.

Conclusione

Non del viaggio, naturalmente, ma del pizza tour. E devo dire che ne sono uscito abbastanza soddisfatto, più che altro per la quantità e la diversità delle pizzerie che ho visitato. Per quanto riguarda la qualità… be’, non vi resta che continuare a seguirmi e attendere le recensioni. Arigatou gozaimasu!