Home Pizza, pizzaioli e pizzerie Francesca Calvi: mettersi in gioco e affermare il proprio valore (Che Pizza – Il Podcast #110)

Francesca Calvi: mettersi in gioco e affermare il proprio valore (Che Pizza – Il Podcast #110)

di Giuseppe A. D'Angelo
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Questo episodio di Che Pizza – Il Podcast arriva live dal Campionato della Pizza di Parma, dove abbiamo avuto modo di incontrare Francesca Calvi.
Abbiamo conosciuto Francesca sul set di PizzaGirls, la trasmissione tutta dedicata alla pizza al femminile di cui vi abbiamo parlato in passato. In questa occasione abbiamo voluto approfondire la sua storia partendo proprio da cosa rappresentasse per lei il campionato.

Francesca ha intrapreso la sua carriera di pizzaiola scontrandosi anche contro un muro di diffidenza e pregiudizi nei confronti del suo genere, ma sempre a testa alta e senza farsi ostacolare da nessuno. Partecipare alle gare è una delle tante occasioni per affermare il proprio valore con entusiasmo, determinazione e passione.

Potete ascoltare la puntata dal player Spotify in alto, oppure leggerne una trascrizione qui sotto.
Come sempre, vi invito a venirla poi a commentare nel gruppo Telegram di Che Pizza – Il Podcast.

Peppe: Amici di Che Pizza Podcast, bentornati dal campionato mondiale della pizza. Abbiamo l’occasione di parlare con una persona che per la prima volta partecipa al campionato e quindi possiamo un poco capire cosa si prova nell’essere per la prima volta concorrenti in una competizione di livello mondiale. Siamo con Francesca Calvi. Ciao Francesca.

Francesca Calvi: Ciao a tutti. Ti ringrazio per avermi dato la possibilità di esprimermi nel tuo podcast. Vengo da Empoli, è una cittadina piccolina, non molto distante da Firenze e sono venuta fino a qua, a Parma, per partecipare per la prima volta al campionato mondiale della pizza. Devo dire che è stato molto emozionante anche perché ci sono veramente tanti professionisti, sia uomini che donne, ahimè le donne sempre in una percentuale minore, come ho scoperto oggi il 9% sul totale. Però, ecco, è molto bello non solo perché gareggi e quindi porti il tuo prodotto e ti puoi esprimere. Ma, come dico sempre, non è solo una gara ma è proprio un’esperienza di vita perché comunque hai la possibilità di conoscere altri pizzaioli, altri gusti… Non solo per quanto riguarda che pizza portano, e a seconda da che regione vengono conosci anche vari tipi di prodotti, ma anche le persone che vengono veramente da ogni parte d’Italia dal nord al sud con cui ti confronti. Mi piace fare questi campionati perché mi porto sempre qualcosa a casa, perché non si finisce mai di imparare. Quando uno dice “io so tutto” è perduto perché lo insegna la storia: non ci si ferma mai, si impara sempre, si progredisce sempre. E anche a livello umano mi porto veramente tanto a casa.

Però, ecco, l’adrenalina… io penso di essere un po’ malata di adrenalina e mi piace proprio venire al campionato, mettere tutta la mia esperienza tutto quello che ho imparato negli anni e portarlo davanti a un pubblico vasto e in questo caso una giuria molto vasta. Tant’è che quando poi ho alzato lo sguardo e ho visto quanti giudici c’erano un po’ è tremata la voce nel raccontare i miei ingredienti. E la cosa buff,a che ci si faceva comunque anche coraggio tra di noi concorrenti, è che in effetti noi facciamo 200-300 pizza al giorno, però ognuno di noi quando viene qua deve fare solo una pizza e c’è chi ha mal di stomaco, chi diventa rosso, chi gli manca l’aria, chi si blocca proprio dal panico. Secondo me è perché è proprio la massima espressione di se stessi, quindi ci teniamo veramente tanto e questo fa vedere anche che siamo persone che amiamo proprio il nostro lavoro. Qui ci sono proprio delle persone che non lo fanno per soldi ma neanche per fama, è proprio una questione che amano quello che fanno e quindi ci tengono veramente tanto, io compresa, a far valere tutto il lavoro in questi anni e far vedere insomma che sappiamo fare anche una buona pizza.

Peppe: Raccontaci anche qual è la tua esperienza come professionista, quindi come nasci, cosa ti ha portato a questo campionato… e mi sembra di aver capito che comunque hai partecipato anche ad altri campionati prima di questo. Quindi sarei anche curioso di sapere che differenza hai trovato tra questo che comunque è il campionato riconosciuto a livello mondiale più importante, rispetto magari ad altri eventi di questo tipo, quindi se l’adrenalina è la stessa, la competizione o anche il cameratismo tra pizzaioli. Quindi un po’ quel tuo percorso da pizzaiola ai campionati, come lo hai gestito in questi anni?

Francesca: Come dico sempre appunto il mio lavoro è nato completamente per caso perché facevo altro e il giorno in cui ho scoperto che questo è il lavoro che amo e avrei voluto fare per sempre ho avuto veramente tanta difficoltà non ad imparare a fare la pizza, ma a farmi prevalere in questo mondo prettamente maschile. La mia è stata comunque sempre sin dall’inizio una mission per far vedere che comunque una donna è in grado di fare la pizza, che si può dare per scontato che la sappia fare. Quindi sin dall’inizio mi sono detta di lavorare in più pizzerie per vedere tante dinamiche tra tanti pizzaioli, e di voler incominciare appunto a fare le gare proprio per vedere sia il mondo dei pizzaioli com’era, sia per affermarmi sempre di più come pizzaiola. Che sono una brava pizzaiola nonostante sia una donna, era un po’ come se mi sentissi l’ambasciatrice di tutte quelle donne che purtroppo vengono messe da parte perché donne e gli viene detto che non possono fare questo lavoro perché non sono in grado. Quindi ho detto: qual è il miglior modo per far vedere che la donna vale, che la donna è forte e vale tanto quanto gli uomini? L’unica cosa era fare le gare. Quindi non è mai stata una questione di far vedere che io sono brava, che io sono la numero uno, di diventare famosa e tutto il resto. Il mondo delle gare è un canale per farsi vedere e io veramente mi sono sentita in dovere per tutte le donne che mi hanno detto “è veramente difficile per noi are le gare”.

Però, ecco, una cosa che ho notato è che sia nelle gare che ho fatto in passato sia ora al campionato mondiale della pizza c’è un’umanità e un’umiltà che non si trova nel settore lavorativo… Cioè qua è come se fossimo veramente tutti uguali. In tutti i campionati che ho fatto, sia regionali che in questo caso mondiale, quindi sia piccoli che grandi, c’è proprio la persona che non si sta a vedere di che sesso è ma si parla e si cerca di capire che impasto ha fatto, che ingredienti ha fatto… quindi c’è veramente una grande umanità. Motivo per cui ho continuato a fare queste gare perché se fosse stato un mondo finto e brutto dove anzi c’era magari anche della cattiveria, perché c’era chi voleva prevalere e vincere, magari avrei smesso tempo addietro. Oltre alla mission comunque di farmi prevalere come donna però, ecco, anche magari a chi volesse in futuro cimentarsi in questa cosa dei campionati io dico sempre di buttarsi perché è veramente un bel mondo umile dove si vedono le persone per quello che sono, a differenza dell’ambiente lavorativo che già bisogna tirare un po’ fuori le unghie.

Peppe: Io mi volevo soffermare su una cosa che hai detto prima, che è un po’ il discorso che stai portando avanti: “dimostrare che so fare la pizza nonostante io sia donna”. Chiaramente questa frase ha uno storico dietro, nel senso è chiaro che non sei tu a pensare a una cosa del genere e magari non lo pensano tante altre persone, ovvero che una donna non può fare la pizza. Come invece sappiamo che ci sono anche persone che hanno fatto anche delle dichiarazioni un po’ troppo estreme che, diciamo, nel ventunesimo secolo fanno cascare un poco dalle nuvole. Siccome tu mi hai confidato fuori onda anche una cosa del tuo passato, senza fare nomi mi vuoi comunque raccontare effettivamente un episodio di questo genere che ti ha portato appunto a voler dimostrare di essere una brava pizzaiola nonostante tu sia donna?

Francesca: Allora, innanzitutto prima di raccontare questo episodio parto con il dire che qualsiasi colloquio abbia fatto o anche solo l’aver mandato il curriculum mi viene detto “ah, sei una donna… non avevo mai visto una donna pizzaiola, non sapevo che le donne facessero la pizza, ah ma come fate”. E io rispondo sempre: “con le mani”, cioè nel senso a casa mia io la pizza la stendo con le mani, poi non lo so. Certo, dico sempre che magari 50-60 anni fa prima dell’avvento della tecnologia era un lavoro prettamente maschile perché comunque impastare 50 chili di impasto già è faticoso magari per un uomo che comunque ha una massa muscolare diversa, per una donna in effetti sarebbe molto difficoltoso. Perché anche io magari a volte impasto due o tre chili e faccio veramente tanta fatica. Però ogni volta che mi veniva detto “ma come fai a fare la pizza?” [io rispondo] “Con le mani, e l’impasto basta che butto la farina nell’impastatrice e pigio un tasto. A pigiare un tasto sono in grado anche i bambini piccoli”. Quindi insomma non ci vuole neanche tutta questa intelligenza. Cioè veramente, scusate il termine, è stupida come domanda, ma come fai a farla?

Però purtroppo, qui mi ricollego magari anche all’episodio che mi è successo, purtroppo più di una volta, ma magari l’ultima volta in maniera molto violenta – violenta ovviamente a livello mentale – diciamo che c’è questo preconcetto, questo pregiudizio che una donna non abbia prima cosa passione nel fare. Cioè, mi è stato detto che io non avevo passione, che non ero in grado di fare questo lavoro, che non mi sarei mai affermata come pizzaiola, che non avrei avuto un futuro e venivo proprio messa da parte. [La persona in questione] interloquiva con gli altri colleghi maschi pizzaioli e a io non venivo proprio interpellata, quando per assurdità ero io il capo pizzaiolo responsabile. Quindi ha messo in difficoltà comunque anche i miei colleghi pizzaioli, comunque sottoposti, che mi guardavano come per dire “ma sei tu il nostro capo”. Quindi ovviamente io ho avuto anche tante persone che devo ringraziare che mi hanno preso sotto la loro ala, mi hanno cresciuta, mi hanno dato la possibilità anche di diventare quello che sono oggi perché mi hanno dato anche carta bianca e hanno creduto in me. Però ci sono stati anche uomini che mi hanno quasi portato a dire “io lascio questo mondo perché è troppo maschile”. Ti portano veramente a piangere. Io mi ricordo dopo questo episodio che dopo anni e anni di sacrificio mi era stato detto che non ero brava e non sarei mai diventata nessuno, ero una come altri duemila pizzaioli, lì veramente dopo aver pianto per giorni e giorni ero quasi arrivata a dire “basta, io non ce la faccio più, vado a fare un altro lavoro dove la donna è ben accolta”. Però per fortuna l’amore per la pizza mi ha fatto sempre dire “no, devi reagire, devi continuare, perché se molli te magari mollano anche tutte”. Come a suo tempo fu per il voto delle donne, che se le donne non avessero lottato per il voto ora non voteremmo. Quindi ecco poi per fortuna viene fuori anche questo istinto, questa forza che ti dice “no, devi lottare non solo per te stessa ma con tutte le donne che come te comunque fanno fatica”.

C’è anche chi ha avuto una strada limpida e non ha avuto nessun problema in questo senso, e ne sono veramente contenta. Però da un lato, come dico sempre, se non avessi avuto magari questa cosa non avrei avuto neanche la costanza di dire “voglio lavorare in più pizzerie, voglio fare campionati, voglio diventare la numero uno”, ma semplicemente per far vedere che la donna vale, non che io sono la numero uno, ma che il sesso femminile è il numero uno insieme a quello maschile. Ci vuole la parità di sesso come in tutte le cose. Anche con il programma PizzaGirls sento che finalmente forse potrò abbassare un po’ la difesa, nel senso che tanti milioni di italiani magari vedranno che ci sono tante donne pizzaiole che riescono tranquillamente a fare la pizza, che sono imprenditrici, che hanno il loro locale, i loro dipendenti, quindi diventerà una cosa normale. Recentemente ho visto il film di Paola Cortellesi che appunto parla delle donne come venivano trattate negli anni 40-50, che a quei tempi appunto votare o avere un proprio lavoro era una cosa impossibile da pensare, cioè era proprio utopia mentre oggi è diventato normale. Quindi spero anche che con questo programma si riesca a dire “sei una donna, e quindi? La sai fare la pizza, sì? Bene, allora mettiti a lavorare e anche veloce”. Non lo so, istintivamente sento che forse con questo programma la mia missione è quasi arrivata all’obiettivo, però siamo sempre pronte a lottare. Speriamo di vincere il campionato così, insomma, c’è un motivo in più per far prevalere il colore rosa in Italia e in tutto il mondo.

Peppe: Tra l’altro abbiamo parlato di PizzaGirls con Carlo Fumo, regista che è stato più volte ospite di Che Pizza Podcast, e Francesca per chi non lo sapesse sarà una delle protagoniste della quarta stagione. Tra l’altro abbiamo parlato pure del fatto che tu comunque hai un passato imprenditoriale, quindi chi in passato ti ha detto non arriverai da nessuna parte perché non hai la passione evidentemente si sbagliava, perché oltre a essere protagonista di una trasmissione televisiva, e già quella si può anche considerare una sorta di consacrazione della tua passione, prima ancora tu creavi un tuo indotto con una tua attività di proprietà. Adesso mi dicevi che l’hai chiusa, però io vorrei che comunque ci raccontassi la tua pizzeria, soprattutto che tipologia di pizza, che visione di pizza avevi, che tipo di rapporti instauravi con i clienti anche.

Francesca: Allora, il mio obiettivo finale è sempre stato quello di aprire la mia pizzeria, perché comunque io penso che un pizzaiolo è un artista. Ti viene questa cosa di lavorare per una persona, cioè per un titolare, però prima o poi hai bisogno di creare il tuo mondo, il tuo modo di fare la pizza. Secondo me la pizza è come una tela su cui tu sei l’artista su cui devi disegnare, quindi col tempo hai bisogno di avere la tua di tela. Nella mia pizzeria finalmente ho potuto realizzare il mio impasto, quello che ho elaborato dopo anni e anni e anni in segreto a casa mia perché ovviamente nelle pizzerie dove lavoravo non potevo, perché giustamente ogni titolare ha il suo impasto. Però la cosa di cui ho un bel ricordo del locale che avevo è che io facevo la pizza, sia per l’impasto che per il topping, come l’avrei voluta mangiare io. Quindi diciamo ho sempre portato sul piatto dei clienti un prodotto che io in primis avrei mangiato. Infatti sono sempre stata alla ricerca di prodotti del territorio sia per quanto riguarda la farina che gli ingredienti, quindi andando di stagionalità in stagionalità. C’era anche una ricerca continua, non era un menu standard come vedo in tante pizzerie in cui ci sono quelle 15-16 pizze tutto l’anno.

Il mio era anche un lavoro molto dinamico che spesso dove lavoravo [prima] non volevano perché [richiede] comunque anche un food cost appena appena elevato, perché devi anche riuscire comunque a smaltire la merce che cambia nelle stagionalità. Però, ecco, a me mi rappresentava molto perché dicevo “do agli altri quello che vorrei mangiare io”. E la cosa che amavo più di tutte era a fine turno, quando facevo l’ultima pizza, andare proprio tra i tavoli e chiedere ad ogni tavolo che cosa ne pensavano della pizza sia a livello positivo che negativo. E per quanto riguarda anche quando mi facevano delle critiche ho sempre ascoltato e qualche volta ho rubato anche l’idea al cliente che in effetti aveva ragione. Io sono anche una persona che prima di dire no comunque ascolta, e nonostante sia magari ormai una professionista c’è veramente sempre da imparare, anche magari semplicemente da un cliente che fa l’ingegnere, l’architetto, il medico, che fa tutt’altra cosa. Però, ecco, la cosa più bella era veramente andare a parlare ai clienti e sentire che cosa ne pensavano della mia pizza che è un prodotto che è il frutto di anni e anni di studi, di sacrifici, di pianti, gioie, in cui ho racchiuso praticamente tutta la mia carriera da pizzaiola da quando ho iniziato fino ad oggi.

Peppe: E parlando di territorialità, tu hai portato il tuo territorio anche qui al campionato,. Ci racconti un poco la pizza che hai portato, che hai portato nella categoria pizza classica? E raccontaci anche un poco del tuo impasto, se quello che hai fatto qua per il campionato è lo stesso che facevi nella tua pizzeria, o comunque in generale la tipologia di impasto che più ti identifica.

Francesca: Sì, ormai per quanto riguarda l’impasto, per me ormai è il mio marchio, il mio bollo. Qualsiasi campionato vada, anche dove lavoravo, anche al programma di PizzaGirls, io porto ormai questo impasto e non lo cambio perché è la mia identità. [Si tratta di una] biga, che sarebbe questo preimpasto fatto per il 45% di acqua sul chilo di farina e l’1% di lievito di birra. Anche qua al campionato ho portato un impasto utilizzando farina di tipo 1 integrale, quindi rimanendo sempre su farine di un buon prodotto non troppo raffinate ma che comunque portano anche dei benefici a livello di sali minerali, proteine e altri elementi. Il mio impasto, che ormai è quello standard, [non ho problemi a rivelarlo e dico] può essere replicato a casa ma non verrà mai uguale. [Penso che ogni impasto] viene diverso, anche se io do la mia ricetta non ti verrà mai uguale, perché ogni persona è fatta diversa, ha il proprio calore, ha il proprio modo di vedere, di ascoltare, di annusare. Io dico sempre che quando si fa un impasto bisogna usare i sei sensi, non quattro sensi, ma il quinto e il sesto, perché comunque ci vuole anche del sentimento. Io mi metto a cantare, ci parlo, pensano tutti sia un po’ fuori di testa. Ma quelli che lavorano nella ristorazione sono tutti matti, sennò non è il lavoro che uno può fare. Comunque il mio impasto è 50% di biga, questo vuol dire che su un chilo di farina, in questo caso di tipo 1, ho aggiunto un 50% di biga integrale arrivando a un 69% di idratazione. La biga viene utilizzata perché oltre a dare una bella spinta all’impasto, e quindi quando cuoce viene quella bella alveolatura, quel bel cornicione che oggi lo chiamiamo anche contemporaneo, gli dà anche profumo, fragranza. Quindi è anche un prodotto molto più buono perché io per spiegarlo dico sempre che la biga è un nipote del lievito madre […], non ha il sapore o magari la struttura di un lievito madre però aiuta molto.

Sulla pizza ho voluto portare dei territori sia di stagione che del mio territorio toscano portando il peposo, che è delle mie zone di Firenze dell’Impruneta, che è del manzo cotto a bassa temperatura per tanto tempo con tantissimo pepe nero. Proprio per questo si chiama peposo. Poi ho portato la cipolla di Certaldo, che appunto ora siamo a Aprile e sta scoppiando ora, che è molto dolce, anzi alla vista sembra addirittura un porro. Poi ho aggiunto della crema di pecorino delle parti di Siena. Dei pinoli, che i pinoli mi ricordo sempre quando ero piccola andavo nelle finite a schiacciarle insieme a mia sorella. Le mangiavamo uno a uno. E infine lo spinaccio, che non sono gli spinaci cotti, ma è la foglia quella che si mangia cruda. Se qualcuno non la conosce sembra quella del basilico. Quindi ecco al campionato ho portato il mio impasto “bollato”, che ormai ovunque vada quello è, e i prodotti del territorio quindi sia dei prodotti che ci sono tutti l’anno, però prettamente toscani, e delle verdure di stagione che ci sono in questo momento.

Peppe: Senti dopo 25 minuti di chiacchierata io mi sento di dire che tu sei una comunicatrice nata e infatti ti volevo chiedere: abbiamo parlato anche di quello che potrebbe essere un problema nel mondo della pizza femminile, che è quello che molte pizzaiole magari non sanno comunicare bene sia la loro attività imprenditoriale ma anche sia loro stesse come professioniste, quindi da un punto di vista di personal branding. Dal tuo punto di vista quanto è necessaria secondo te questa comunicazione? Se è qualcosa che ritieni che serva davvero alla professionista o che forse magari si va anche verso l’eccesso opposto laddove appunto molti uomini invece hanno gonfiato a dismisura il loro ego perché hanno comunicato tanto se stessi. Di cosa ci sarebbe bisogno secondo te per comunicare bene la propria attività?

Francesca: Secondo me, ecco, sapersi esprimere è molto importante. Per far capire anche il prodotto che si fa bisogna saper comunicare perché mi sono purtroppo ritrovata in delle situazioni sia femminili che maschili che, magari, ribaltiamo un po’ la situazione, una donna sa parlare benissimo ma io vedevo che non era una brava pizzaiola; mentre magari uomini che non sapevano parlare, non si sapevano esprimere però dicevo “cavolo, questo è bravo”, peccato che non si sa esprimere perché non viene valorizzato solo perché non sa parlare non si sa esprimere. Siamo anche in un mondo sempre più social, più mediatico quindi il saper comunicare con le parole è alla base. Ovviamente bisogna anche essere bravi perché alla fine bisogna essere anche concreti in quello che si fa [altrimenti] tutti i nodi poi vengono al pettine. Quindi anche se sai parlare ma se non sei in grado di saper fare, prima o poi viene fuori.

Però è molto importante saper comunicare, e mi dispiace che tanta gente magari anche più brava di me non è riuscita a entrare proprio perché magari ha avuto delle difficoltà nella comunicazione. Tanti mi dicono peccato che hai iniziato questo lavoro tardi e io invece dico meno male, perché appunto io ho iniziato questo lavoro a 25 anni e prima ero istruttrice di nuoto, ho lavorato in dei villaggi turistici, ero in un’azienda avendo fatto un linguistico in cui parlavo con i clienti stranieri. Quindi io sono sempre stata [a contatto col] pubblico, e mi ricordo che all’inizio facevo veramente tanta fatica. Però è come andare in bicicletta: all’inizio non sai andare hai bisogno delle rotelle, se no caschi. Però piano piano poi vai. Quindi io consiglio, […] bisogna partire magari facendo corsi di recitazione, andare a fare dei corsi vari con altre persone, cioè fare cose di gruppo dove questo ti porta a parlare. Perché anche appunto quando il regista mi dice “sembra nata per stare davanti alla telecamera” in realtà è perché sono sempre stata davanti al pubblico. Ma mi ricordo a 19 anni quando ho cominciato a lavorare ed avevo 15 persone da istruire in piscina e mi guardavano io avevo le gambe che tremavano il cuore e andava a duemila. [Però mi sono detta] “o imparo a parlare o mi licenziano” e quindi poi lì piano piano ho sempre acquistato sicurezza, e quindi ora per fortuna mi rimane normale in tutti gli ambiti in cui vado a parlare. Cioè, semplicemente pensando che siamo tutte persone, cioè come parlo magari con il mio migliore amico o la mia migliore amica tutti i giorni posso parlare tranquillamente anche a un pubblico più vasto. Ovviamente anche io all’inizio ho la voce tremante, mi tremano le gambe… Poi sono stata musicista, quindi anche questo magari mi ha aiutato a gestire l’ansia e lo stress. Mi ricordo ancora che le prime due canzoni tremavo e poi piano piano [mi calmavo]. Però, ecco, appunto il mio consiglio è quello di tentare tante cose per cercare di far diventare poi questa via mediatica una cosa normale che reputo veramente molto importante

Peppe: Va bene, tu hai poco più di 30 anni e hai già vissuto quaranta vite, questo spiega tante cose. Senti ti faccio un’ultima domanda poi andiamo in chiusura. Ti volevo chiedere: ci sono delle pizzaiole, delle professioniste a cui ti ispiri o in generale anche se non ti ispiri, professioniste valide che ti piace seguire, che ritieni che siano davvero in gamba, che hai conosciuto anche nei campionati? Qualsiasi nome che tu magari ci possa fare che magari è anche meno conosciuto alla massa e che quindi ci può aiutare a conoscere anche tante altre professioniste che non arrivano alle orecchie di tutti.

Francesca: Allora, se devo pensare a qualcuno in particolare sinceramente no. Però, ecco, diciamo che quando ho cominciato questo lavoro io ho fatto il mio corso, il mio primo corso di pizza ed eravamo tre donne, e la cosa che mi ha dato anche lì il coraggio di andare avanti è che entrambe hanno poi aperto una pizzeria. Una ragazza si chiama Claudia Bonanomi che ha una pizzeria a Prato dalle mie parti. L’altra si chiama Camilla Migliorini, che anche lei aveva una pizzeria a Firenze e ora ha aperto un’altra pizzeria a Formentera, se non sbaglio. Oltre, vabbè, alle Pizza Girls che ho conosciuto… Ecco, diciamo che non c’è una pizzaiola o due o tre in particolare a cui mi ispiro, perché, come ho detto prima, la pizza è molto personale. Come per dire Michelangelo, Donatello, Brunelleschi magari tra di loro si confrontavano però poi l’ispirazione era dentro se stessi. Però, ecco, anche tutte queste donne mi danno tuttora la forza sempre di migliorare, di dare sempre di più, di creare perché magari potrei dire “vabbè dai, mi adagio”. Invece no, vedo che comunque ognuna di noi cerca sempre di dare sempre di più e quindi ci stimoliamo tutte a vicenda. E la cosa bella è che magari per questo ho avuto fortuna che qualsiasi pizzaiola che abbia incontrato oltre a una collega è diventata anche una mia amica. Noi di PizzaGirls siamo diventati veramente una famiglia che quando siamo insieme ci aiutiamo, e sembriamo una famiglia che ci conosciamo da veramente tanti anni.

Peppe: Ultima domanda di rito di chiusura: i progetti per il futuro.

Francesca: Dato che ho appena chiuso la pizzeria, sicuramente ora ho bisogno di un attimo per ossigenare il tutto. Però, ecco, sento che ho bisogno di avere un posto mio dove potermi esprimere appieno. Magari anche un posto più piccolino, ma dove posso dare libero sfogo alla mia arte, alla mia passione. Però, ecco, il sogno nel cassetto che ho sempre avuto da quando ho iniziato questo lavoro è essere insegnante. Quindi insegnare come fare la pizza, sia dall’impasto ai topping. Quindi anche avere magari la mia accademia dove posso formare giovani pizzaioli e pizzaiole.

Peppe: Grazie mille, Francesca, e allora noi ti auguriamo ovviamente che i tuoi progetti per il futuro diventino realtà, ma non ne ho dubbi perché appunto tu hai vissuto quaranta vite quindi questa probabilmente sarà la quarantunesima.

Francesca: Grazie a te e spero che sia anche una cosa utile, oltre che piacevole, tutto quello che vi ho raccontato oggi.

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