Home Pizza, pizzaioli e pizzerie 112 – La comunità latino-americana nella pizza: Latinos en Pizza con Sofía Arango e Alessio Lacco (Che Pizza – Il Podcast #112)

112 – La comunità latino-americana nella pizza: Latinos en Pizza con Sofía Arango e Alessio Lacco (Che Pizza – Il Podcast #112)

di Giuseppe A. D'Angelo
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Sapevate che negli Stati Uniti il 25% delle persone impiegate nella ristorazione è latino-americana? E che molte di queste lavorano ai banconi delle pizzerie?

Il tema di questa puntata di Che Pizza – Il Podcast parte dall’incontro con Sofía Arango e Alessio Lacco. Una coppia – venezuelana lei, napoletano lui – che gestisce un pizza truck ad Atlanta, negli Stati Uniti.
Nel 2023 Sofía ha un’intuizione: quella di creare un network che unisse tutti i rappresentanti della comunità latino-americana che lavorano nel settore pizza. Nasce così il profilo instagram Latinos en Pizza.

Il profilo ha subito successo grazie alla collaborazione e il supporto di numerosi pizzaioli, dagli Stati Uniti al centro-sudamerica: la rappresentanza latina nel settore è enorme, e il progetto dà finalmente voce a questa vasta comunità. Dalla comunicazione online ai corsi di vera pizza napoletana effettuati in diversi paesi, il progetto ha preso subito piede, raggiungendo anche un’audience di 15k follower nel giro di un anno.

Con Sofía e Alessio parliamo della mission di Latinos en Pizza e delle enormi opportunità future. Potete ascoltare la puntata dal player Spotify in alto, oppure leggerne una trascrizione qui sotto.
Come sempre, vi invito a venirla poi a commentare nel gruppo Telegram di Che Pizza – Il Podcast.

Peppe: Amici di Che pizza Podcast, bentornati a un nuovo episodio. Siamo sempre a Parma e siamo in compagnia di una coppia che ha lanciato un profilo molto interessante. Il profilo si chiama Latinos en pizza, e andiamo a presentare i nostri ospiti: Sofía Arango e Alessio Lacco.

Sofía: Ciao, ciao. Grazie per averci invitato.

Alessio: Grazie a te, Giuseppe, di stare qui con noi.

Peppe: Io direi di cominciare con la parte latina della coppia che è Sofía, perché ci può spiegare come è nato questo profilo, di cosa tratta soprattutto, e cosa rappresenta nella comunità di riferimento. Ah, una premessa: Sofia è venezuelana, parla un poco l’italiano ma le ho dato l’autorizzazione qualora dovesse stancarsi e non farcela troppo di parlare anche spagnolo. Tanto noi italiani siamo in grado di comprendere tranquillamente… o anche inglese se vuoi.

Sofía: Sì, ok, va bene, io provo. Allora, questo progetto Latinos en pizza è nato un anno fa, a fine aprile del 2023. È stato perché ho visto che c’era, diciamo, un hole in the market dove c’erano tanti pizzaioli latini che avevano bisogno di rappresentazione a livello della pizza, e ci stanno tanti latini che fanno un lavoro meraviglioso con la pizza ma non c’era nessun gruppo con cui loro si sentissero rappresentati.

Peppe: Allora, Sofía, ti fermo un attimo perché dobbiamo fare una piccola specifica di cui non ho parlato, perché adesso faremo anche la presentazione della parte pizza della coppia. Voi in realtà vivete e lavorate negli Stati Uniti, quindi quando parliamo di comunità latina principalmente parliamo di comunità latina nel nord, centro e Sud America dove ovviamente è molto più vasta rispetto qui in Europa. Quindi il progetto sicuramente ha dei confini territoriali di riferimento. Ma noi ci siamo incontrati a Parma parlando anche di come potete portarla al di fuori di questi confini, quindi ora approfondiremo. Ma partiamo anche da Alessio che ci racconta dove vivete, dove lavorate e qual è il progetto pizza che state portando avanti.

Alessio: Noi siamo ad Atlanta negli Stati Uniti e come ha detto Sofía l’idea è nata l’anno scorso al Pizza Expo a Las Vegas. C’è da dire che negli Stati Uniti i latinoamericani rappresentano il 90% della forza lavoratrice nei ristoranti, quindi quasi tutti i pizzaioli sono latinoamericani e abbiamo visto che gli potevamo dare una voce, [creare] una sorta di unità di collaborazione. Abbiamo iniziato prima una pagina Instagram che si chiama appunto Latinos en pizza, un gruppo Whatsapp, e abbiamo notato che veramente si sta creando questa sorta di unità tra vari pizzaioli di varie nazioni. Quindi abbiamo dal Messico, Venezuela, Cile, Brasile, Perù…

Peppe: Ti blocco un attimo Alessio perché noi ancora non ti abbiamo presentato come pizzaiolo, perché in tutto questo si può notare che Alessio non ha l’accento molto sudamericano, ma ha un accento molto più delle mie parti. Dicci di dove sei e soprattutto dove fai pizza ad Atlanta.

Alessio: Sono di Napoli, originario del Vomero. Mi sono trasferito negli Stati Uniti quando avevo venti anni, sono uscito fresco fresco dalla Associazione Verace Pizza Napoletana, quindi sono andato negli Stati Uniti a lavorare per una pizzeria associata. Questo ti parlo nel 2012, erano una delle poche pizzerie associate [si chiamava] Cane Rosso in Texas, e stavano aprendo la seconda location. E quindi come dire fresco fresco dalla AVPN sono andato lì a lavorare avendo già i documenti. Grazie a mio padre che è andato in America 10 anni prima di me io avevo documenti legali per lavorare senza nessun problema e ho iniziato la mia carriera da pizzaiolo negli Stati Uniti. In Italia ho lavorato un pochettino al Trianon, L’arte della pizza ma mi sono come dire fatto le ossa con 10 anni di lavoro negli Stati Uniti tra varie pizzerie, vari stati. E alla fine ad Atlanta ho incontrato Sofía, con cui abbiamo un catering: si chiama Atlanta Pizza Truck. Abbiamo iniziato con un Apecar con un forno a legna sopra, ad oggi abbiamo altre due unità, altri due forni sul rotelle sempre di street pizza. Facciamo feste private, eventi, lavoriamo anche molto nel mondo dello spettacolo, abbiamo fatto la pizza per The Rock, Chris Pratt, Nicole Kidman… […]

Peppe: Sempre nella zona di Atlanta o vi spostate?

Alessio: Diciamo che copriamo tutta la Georgia, arriviamo anche in Alabama, North Carolina, abbiamo fatto un evento in Florida… se il cliente è disposto a pagare il nostro trasferimento noi siamo disposti ad accettarlo.

Peppe: Salto in avanti di 3 anni perché il progetto Latinos en pizza è nato l’anno scorso. Quindi, Sofía ci racconti di nuovo come è iniziato, qual è stata la scintilla che vi ha fatto scattare l’idea di avviare questo profilo e questo progetto di comunicazione? Perché poi vedremo che è diventato più di un profilo Instagram.

Sofía: Io ho visto al Pizza Expo che c’erano molti latini interessati a competere, avere diciamo un nome nel mondo della pizza, e dopo questo noi viaggiamo spesso in America Latina, e ho visto che quando viaggiavamo pensavo che potevamo fare anche un’altra cosa in più relazionata al mondo della pizza. E anche ho visto che c’era come una necessità di rappresentazione perché non c’era nessuna organizzazione che connettesse tutti i paesi latini. E per questo è nato, e ho deciso di cominciare a fare i video prima su pizzaioli che lavoravano in pizzerie che noi conoscevamo, anche per la AVPN abbiamo fatto i video, forse non erano figure molto conosciute o importanti, ma avevano un senso di passione e amore per la pizza.

Peppe: Parli di pizzaioli che lavoravano nei loro paesi o anche negli Stati Uniti?

Sofía: abbiamo cominciato prima negli Stati Uniti e dopo in altri paesi in cui abbiamo viaggiato l’anno scorso. Sì c’era una passione, era molto bello perché quando io facevo il post delle video interviste loro e tutta la famiglia tutti gli amici erano molti fieri di loro. E questo è stato molto molto bello per me di vedere tutta questa gente che si sentiva molto rappresentata, perché forse anche se lavoravano da 7 anni, 10 anni o non so non avevano mai avuto una persona che andasse là e chiedere queste cose.

Peppe: Senti, ti faccio una domanda da completo ignorante. Quando si parla di comunità latina noi ci riferiamo ovviamente a tutte le popolazioni del centro e del Sud America, non so se intendiate anche popolazioni europee latine. Più che altro la mia domanda è perché non vorrei dire una fesseria che poi magari sono anche spagnoli, portoghesi o quant’altro.

Sofía: E quello anche me lo avevano chiesto in Italia un paio di giorni fa, e certo che ci stanno molti significati della parola latino e forse possono essere anche persone che hanno come, diciamo, la discendenza del latino come lingua, ma noi ci focalizziamo sulla gente in America Latina che sono nati o discendenti dei latinoamericani di tutto il continente.

Peppe: La mia domanda voleva essere: nel momento in cui ci sono tantissimi paesi tra il centro e il Sud America, tra l’altro con culture anche molto differenti, come si sentono tutti quanti connessi da questa comune appartenenza latina. Nel senso, queste popolazioni non percepiscono delle differenze tra di loro? Come per esempio noi italiani siamo affini agli spagnoli, ai francesi, però siamo tre popolazioni differenti. Oppure percepiscono un’identità latina comune che li tiene legati? E questa domanda la faccio specificamente anche perché in tutta questa vasta area geografica c’è anche il Brasile che da solo rappresenta quasi un continente.

Sofía: È una domanda un po’ complessa, provo a rispondere… Diciamo che l’identità latina è una cosa che che anche è molto collegata all’identità… Non è facile da dire perché per esempio io sono venezuelana, io sono forse diversa da gente che sta in Argentina o nel Cile, ma abbiamo sempre… non so se sono caratteristiche in comune, o forse la storia, o forse è la parte della colonizzazione che ci fa avere come, diciamo, questa unione. Forse anche la lingua, però anche in Brasile c’è un’altra lingua. Però io penso che è un fatto storico e ci sono forse caratteristiche in comune perché le regioni sono collegate. Però la situazione è che sempre sono molto diversi.

Alessio: Provo a rispondere io [che lo vedo]da fuori […] Io la vedo così: per me lo spagnolo è la mia terza lingua, a questo punto c’è l’italiano, l’inglese e lo spagnolo. Inizialmente per me quando uno parlava spagnolo un venezuelano, un colombiano, messicano era [uguale]. Adesso piano piano riesco a riconoscere l’accento, quindi dall’accento riesci a riconoscere anche i vari costumi le cose di cui loro sono fieri o meno. Per esempio, tra Venezuela e Colombia c’è questa, tra virgolette, guerra sull’arepa: c’è chi dice che è colombiana, e chi dice che è venezuelana E c’è gente che ne va molto fiero. Oppure il il tacos, il tamales, il ceviche, ci sono molti piatti dove sono, come dire, propri, e alcuni sono tra varie nazioni. Per esempio in Argentina, in Cile, in Venezuela c’è molta discendenza italiana. Quando abbiamo fatto il tour in Colombia dove abbiamo esportato la vera pizza napoletana quello che mi ha sorpreso è come in Colombia abbiamo avuto sì dei partecipanti, ma non come in Venezuela. In Venezuela per esempio ci sono quattro pizzerie certificate AVPN: ci sono più pizzerie certificate in Venezuela che in qualsiasi altro paese latino, questo perché c’è più appartenenza, c’è stata più immigrazione italiana. E da quello che ho notato ogni paese è differente, parlano sì la stessa lingua ma con frasi o con culture molto diverse. Hanno tante cose diverse, solo la lingua gli appartiene ma per il resto, sì sono tutti diversi. Tra virgolette c’è tanta competizione, tra varie cose ognuno si sente fiero e felice di chi è, non si chiamano latini, [dicono] sono venezuelano, sono colombiano sono argentino… Ognuno è forte della propria nazione e però in un certo modo con Latinos en pizza stiamo cercando di unirli sotto, come dire, un solo credo che è quello di: facciamo la pizza insieme e andiamo insieme a portare, a far vedere chi siamo.

Peppe: Questo è ottimo. Tra l’altro ho adorato il fatto che hai usato il cibo come termine di riferimento per trovare le somiglianze e le differenze tra le varie culture, che comunque è sempre un elemento chiave. Un’altra domandina di stampo antropologico, poi riportiamo la conversazione sui binari della pizza, però sono sempre curioso: le popolazioni indigene vengono considerate come parte della popolazione latina? Perché comunque durante i secoli si sono mischiati con gli immigrati, quindi sono a tutti gli effetti latini anche loro.

Sofía: Certo, io penso che anche loro sono i primi latini […] io penso che questa mescolanza, si può dire, che è successa tra la colonizzazione degli spagnoli è stata quella che definisce di più l’identità latina.

Peppe: Adesso parliamo proprio di questa attività che voi avete portato avanti fisicamente: siete andati oltre il profilo virtuale, digitale, e avete proprio cominciato ad agire sul territorio. Già lo avevate fatto nella vostra zona ma avete proprio valicato i confini statunitensi e avete intrapreso questo tour in centro e Sud America che fosse tutto dedicato al connettere questi professionisti della comunità latina e anche a fare corsi di pizza. Raccontateci un poco.

Alessio: E c’è anche un piccolo aneddoto che riguarda questo tour, che abbiamo iniziato per far conoscere la verace pizza napoletana in America Latina. Da buon napoletano tu devi sempre cercare di esportare tutto quello che puoi dove vai. L’ho fatto negli Stati Uniti, sono sempre stato fedele alle mie origini, ho sempre lavorato in pizzerie certificate o cercando di aiutare a esportare il buon made in Italy. Non mi sono mai trovato [a lavorare] da Domino’s Pizza, Papa Jones, cose del genere… […] Di Domino’s mi piace il business dietro perché fanno soldi a palate, però il prodotto, diciamo, non è il migliore […] Quindi, avevamo questa idea di di fare dei corsi in America Latina, ovviamente già avendo i contatti con l’AVPN per me è stato tra virgolette semplice mandare un’email, far conoscere il progetto e poi insieme a loro cercare di vedere quali aziende fossero già nel mercato. Quindi trovare il prodotto nei vari paesi, ovviamente se interessati a espandere il mercato… Ci sono molte difficoltà, per esempio in Venezuela o in Costa Rica abbiamo avuto molte difficoltà a far entrare un prodotto…

Peppe: Da un punto di vista amministrativo, burocratico, logistico, culturale?

Alessio: Di tutto. Allora, per esempio per quanto riguarda la logistica ci sono alcuni paesi chiusi soprattutto sui latticini. In America tu puoi importare tra virgolette quasi tutto con delle carte semplici. In America Latina ci vogliono un po’ più di carte, il processo è un po’ più lungo, un po’ più costoso quindi già questo blocca un’azienda che vuole investire in America Latina perché poi devono anche capire il ritorno all’investimento. Se spendo tutti questi soldi per entrare magari in Costa Rica, il Costa Rica poi mi riporta tutti questi soldi indietro? Non solo questo ma ci sono paesi dove per esempio parliamo di mozzarella, farina e pomodoro… Il pomodoro viene dall’America Latina, tu che fai glielo riproponi? Effettivamente non ha molto senso, devi far capire perché c’è stato anche uno shock culturale, dove farine nazionali molto molto buone costano la metà… Perché io devo comprare una farina importata che mi costa il doppio? La mozzarella: in Venezuela e in Colombia ci sono le bufale e manodopera italiana, quindi perché io magari devo prendere una mozzarella importata se ce l’ho qua? […] Allora c’è da far capire che se tu vuoi fare una pizza napoletana devi ovviamente utilizzare i prodotti di Napoli della nostra regione.

Peppe: Beh, però io adesso voglio fare un po’ l’avvocato del diavolo, soprattutto perché da amante della pizza globale e da amante delle contaminazioni io sono dell’idea che una pizza napoletana – e ripeto una pizza napoletana, non una verace pizza napoletana secondo i canoni de disciplinare, ma parlo di una pizza in stile napoletano – possa essere realizzata anche con prodotti equivalenti, se di buona qualità. Perché alla fine quello che conta è la maestria del pizzaiolo, la competenza che ha dietro, trovare anche prodotti come le farine… Noi abbiamo differenti modi di categorizzare le farine in Italia rispetto a tanti altri paesi, ma a conti fatti una volta che le caratteristiche sono le stesse il prodotto, il risultato finale può essere lo stesso. Anche se non stiamo utilizzando prodotti italiani, non si può trovare una via di mezzo, un compromesso, per fare in modo che questa cosa possa funzionare anche per loro da un punto di vista economico, però mantenendo sempre l’identità napoletana? Che secondo me è principalmente legata alla storia e allo dtile più che agli ingredienti. Perché non sto dicendo sostituiamo una mozzarella di bufala con una di bassa qualità, fatta con un miscuglio di latte che chissà da dove viene, ma trovare l’equivalente di una bufala che possa essere prodotta nel posto e utilizzarla come ottimo sostituto.

Alessio: E proprio questo è stato tra virgolette il mio shock. Nel senso che abbiamo visto che ci sono molti prodotti di qualità che magari o non sanno utilizzarli o magari molte persone non li conoscono. Per esempio, da noi negli Stati Uniti c’è un negozio che vende una mozzarella di bufala che viene fatta in Colombia. Arrivando in Colombia a Bogotà e parlando con vari italiani là dicono “sì, io conosco questo produttore, effettivamente fa un buon prodotto e noi lo utilizziamo” quindi già là dico “Wow, ora capisco perché è difficile fare entrare un prodotto italiano”. Perché c’è la materia prima che è molto buona e la gente la utilizza.

Peppe: Tra l’altro prodotto italiano che deve viaggiare per giorni e arriva surgelato rispetto a quello fresco che potresti ottenere sul posto.

Alessio: Sì, e per esempio sulle farine ci sono molte farine nazionali che a livello economico le puoi trovare alla metà o tre volte di meno che ti fanno un prodotto buono, non magari la stessa morbidezza che può essere quella di una pizza napoletana, un po’ più croccante però il prodotto è buono. Magari non hanno le stesse, ovviamente sono diverse, però si avvicina molto al prodotto italiano. Abbiamo trovato dei prodotti che veramente si avvicinano a quelli italiani e sono rimasto molto sorpreso. Vivendo negli Stati Uniti è difficile trovare una cosa del genere, è difficile trovare una mozzarella locale o una farina locale. Io preferisco sempre comprarla dall’Italia. In America Latina quello che ho notato è che puoi fare un prodotto certificato se vuoi utilizzare prodotti italiani, però puoi anche fare un prodotto buono con i prodotti nazionali.

Peppe: Ci sono due località nel Sudamerica che hanno un’identità di pizza molto forte. Una è il Brasile, con la città di San Paolo, quindi magari non tutto il Brasile però principalmente a San Paolo c’è questa comunità di pizza veramente fortissima. E l’Argentina, che comunque ha anche un un suo stile di pizza molto sviluppato che non ha niente a che che vedere con quello napoletano, anche perché in realtà discende dai genovesi, quindi neanche a dire l’abbiamo importata noi napoletani, ma sempre noi italiani siamo stati. Ci siete stati in questi due paesi?

Alessio: No.

Peppe: Allora la mia domanda cambia: vuol dire che li avete evitati accuratamente o semplicemente non siete riusciti ad andarci?

Sofía: Noi volevamo includere questi paesi nel tour però a livello economico [è stato difficile] perché non avevamo sponsor, eravamo solo Alessio e io, pagando di nostra tasca. E per andare in Argentina, dopo che tu andavi in Argentina per uscire dall’Argentina era troppo troppo caro. Diciamo che per muoversi tra un paese e un altro il biglietto aereo erano $300, ma dopo se tu andavi in Argentina per uscire dall’Argentina non importava dove andassi, erano $1000 e anche in più. Era molto, molto caro […] anche i miei amici mi hanno detto che loro hanno un paio di tasse sui biglietti aerei, e allora tornava molto costoso per noi andare là. Per questo abbiamo deciso di non andare sia in Argentina che in Brasile.

Peppe: Però la mia domanda resta perché, mettiamo che voi possiate fare una seconda edizione di questo tour sponsorizzati, e quindi possiate coprire anche queste regioni che hanno comunque sviluppato un’identità di pizza molto forte… Come vi approcciate? Sappiamo che comunque voi state parlando di pizza napoletana, quindi che è diverso dallo stile di pizza che hanno là effettivamente… È un poco come, ecco, per fare un paragone italiano un poco come quello che abbiamo fatto noi napoletani con Roma: recentemente siamo riusciti a portare un poco di pizza napoletana a Roma che sta diventando popolare, ma fino a 5 anni fa, diciamo, c’era sempre questo grosso conflitto tra la pizza romana e la pizza napoletana, erano come l’acqua e l’olio, non li potevi nemmeno avvicinare. Non pensate che possa succedere qualcosa del genere? O invece potrebbe esserci più accoglienza visto che la pizza napoletana sta diventando sempre più popolare? Tra l’altro ci sono anche tante pizzerie napoletane in Argentina e Brasile.

Alessio: Una una cosa su Latinos en pizza che bisogna dire è che non difendiamo solo uno stile di pizza, ma siamo aperti. Il nome Latinos en pizza è per tutti i latinoamericani che fanno pizza. Magari c’è quello che fa la napoletano, la romana o in questo caso l’argentina, la brasiliana… è il latino che fa pizza, non è il latino che fa lo stile napoletano. Quindi per rispondere a quella domanda: dipende. Dipende come andiamo là e con che proposito andiamo, se andiamo per fare il corso di pizza napoletana e [se torniamo per un secondo tour] penso che faremo solo questi due paesi, perché sono troppo grandi. Faremo prima un po’ di pubblicità in anticipo per provare a vedere chi è interessato sul posto adesso e connettere questa gente.

Peppe: Comunque io ho visto che in generale l’attività è stata recepita molto bene perché il vostro profilo è cresciuto in maniera organica, ma anche rapidamente. Vedo tantissimi contributi da parte di tantissimi pizzaioli. Raccontateci pure anche proprio come portate avanti il profilo, se avete una strategia di contenuti, come tutti questi pizzaioli sparsi sul territorio vi aiutano anche a produrre questi contenuti, un poco il network che state creando… Sono molto curioso di questa parte creativa che c’è dietro.

Sofía: Allora, tutto è stato costruito velocemente all’inizio, poi abbiamo deciso di contrattare una community manager, una persona che gestisce i social network, anche se noi abbiamo le idee lei ci aiuta a montare i video e ci suggerisce qualche idea. Il piano editoriale è una cosa che abbiamo fatto molto recentemente […] e abbiamo deciso di fare interviste, ricette, tips… Abbiamo una una sezione che si chiama “¿Sabías que?”, “Lo sapevi?” che facciamo ogni settimana. Vogliamo avere contenuti diversi, anche di intrattenimento perché c’è gente che forse non è professionista nel mondo della pizza, però gli piace, è un amante della pizza e vogliamo prendere tutta questa gente, no, per trovare diciamo i collaboratori. Stiamo sempre sui social network per vedere che altri talenti troviamo, abbiamo adesso gli ambasciatori che sono penso cinque persone, adesso, che ci aiutano molto con il contenuto. Sono profili diversi con talenti diversi.

Alessio: Inizialmente abbiamo visto un po’ quello che funzionava, quindi abbiamo fatto un po’ di tutto, e adesso abbiamo capito quello che attira, quello che non va… E abbiamo capito, per esempio, che ovviamente bisogna avere uno schedule, quindi avere ogni domenica un un video “¿Sabías que?”, il venerdì iniziamo con delle ricette, poi abbiamo video di intrattenimento, video virali… La nostra community manager ogni giorno ci manda la nuova tendenza, quindi la nuova musica, il nuovo tipo di video che devi fare ed è figo vedere cose del genere… Vedere dei video dove magari abbiamo milioni di views e io dico “Wow, un profilo comunque piccolo da 8k persone (NdR, ora sono 15k) e riusciamo ad avere un engagement molto alto, perché veramente cerchiamo di studiare il mercato anche con vari collaboratori. Abbiamo Brand Ambassador, magari c’è il pizzaiolo professionista, ci sta quella che ti fa le ricette a casa, quello che ha la pizzeria quindi dei profili diversi… Non esiste solo il pizzaiolo professionista ma ci sono vari tipi e di vari paesi diversi, quindi c’è il colombiano, c’è quello di El Salvador, del Guatemala, il Cile il Messico… Proprio per unire la comunità. È un lavoro che secondo me richiederà molti anni quello che stiamo facendo. Abbiamo dei dei progetti veramente grandi.

Il mio incontro con Sofía Arango e Alessio Lacco di Latinos en pizza al Campionato della pizza di Parma

Peppe: Allora parliamo di questi progetti, per uscire fuori dal profilo Instagram e parlare di progetti nella vita reale.

Alessio: Cominciamo con questo, allora siamo a Parma perché la nostra idea, il nostro progetto è quello di far conoscere al mondo intero, ma anche alle aziende i pizzaioli, il talento latino. Abbiamo notato che a Parma la wave è iniziata 7-8 anni fa, dove c’è stato il primo pizzaiolo colombiano che è venuto qua senza conoscere la lingua, a spese proprie, non sapeva che cos’era il campionato di Parma. È venuto e anno dopo anno ovviamente la voce si sparge, e ad oggi a Parma abbiamo il team brasiliano, il team argentino di soli professionisti che vengono qui a competere, e a cercare di portarsi a casa la coppa.

Peppe: E neanche a farlo apposta i due paesi che abbiamo nominato prima, che sono i più grandi e c’è molta più cultura di pizza.

Alessio: La nostra idea è quella di fare uno step in più, portare un team latino, quindi coinvolgere un rappresentante di ogni paese, creare un team dove ci sta il colombiano, il venezuelano, il cileno che lavorano insieme in un unico team e cercare di portare a casa la coppa. Questo a Parma ma anche negli Stati Uniti a Las Vegas. Perché abbiamo scelto Parma? Perché a livello burocratico di visti il sudamericano è più facile, per lui venire in Italia non c’è bisogno del visto come verso gli Stati Uniti. Quindi se qualcuno vuole competere è molto più semplice venire qui in Italia. La nostra idea futura è quella di creare anche degli eventi nei loro paesi perché ad oggi non ci sono i pizza festival come magari possono essere a Napoli, a Parma, quindi creare qualcosa anche a casa loro e portare delle competizioni, anche per quello che magari non può viaggiare nei nostri tour. Per esempio, visto che molti talenti non sanno utilizzare i social media, quindi nessuno li conosce, c’è un pizzaiolo dell’Ecuador bravissimo nel freestyle, mai visto sui social media… Poi vai nella sua pizzeria ti fa cose che veramente sono pazzesche. Ci sono molti talenti sconosciuti che o non sanno utilizzare i social media, o non possono viaggiare, o con la lingua non ci sanno fare. Ecco, quello che noi vogliamo fare è cercare di trovare di unirli e insieme esportare il talento.

Peppe: Come vorreste che la pizza fosse appunto veicolo culturale per rappresentare tutte queste comunità latinoamericane? Quindi per parlare un poco anche della loro storia, della loro cultura, anche della loro gastronomia… Come vedete che la pizza possa aiutare a far diffondere anche un poco la cultura latinoamericana nel mondo?

Sofía: Io penso che ogni paese ha la sua versione della pizza, è quello che gli piace e questo è molto collegato alla sua gastronomia. Per questo io penso che la cultura latina si può risaltare tramite la pizza.

Alessio: Un altro obiettivo di Latinos en pizza è quello di fare dei progetti di borse di studio, si focalizza sull’educazione. Perché tutte queste accademie, tutte queste scuole che ci sono in Italia bisogna anche portarle in America Latina. Il problema è che al momento non c’è quella stessa economia che magari può avere un americano o un italiano di pagare 1000, 2000, 3000 euro per un corso, quindi le borse di studio sono fondamentali. Ma anche far risaltare il il talento di quello che magari si mette in proprio. Per esempio ci sono donne che hanno lasciato il loro lavoro, hanno comprato un fornetto, si sono messe in mezzo alla strada e piano piano, piano piano stanno avviando la propria attività. E la cultura del fornetto in America Latina per me è è molto simile a quella che magari è l’arte dell’arrangiarsi a Napoli. Quindi tu prendi il bancarello, ti metti in mezzo alla strada e vendi. Il latinoamericano su questo è molto simile all’italiano che si arrangia, cerca di di fare e iniziare da qui per poi espandersi. E magari il talent che ha iniziato con un fornetto e poi si vuole aprire un ristorante, vogliamo cercare anche di connetterlo con le varie aziende o a livello anche governativo, se ci sono dei fondi, e vedere anche l’espansione. Purtroppo non c’è molta educazione a livello di cosa tu puoi fare, come puoi prendere dei fondi, come puoi aprire un negozio, molte persone non sanno farlo. E anche cercare di aiutarle a livello amministrativo. Come ti ho detto molta gente è brava a fare la pizza, non è brava sui social, quindi non si può mostrare, e come tu sai oggi i social sono un ottimo veicolo per mostrarsi e magari trovare qualcuno per espandersi.

Sofía: Sì e anche noi che viviamo in America capiamo che è quello che le aziende cercano, e forse loro non capiscono questo, però noi sappiamo come raccontare una storia che le aziende vogliono vedere e questo io penso che è molto utile. Noi vogliamo servire da ponte per connettere tutto.

Alessio: Ci sono molte aziende americane che vogliono entrare nel mercato sudamericano, ma anche molti latini che vogliono espandersi in quello americano, quindi noi siamo un ponte d’incontro dove cerchiamo di unire queste culture, cercare anche di aiutare a livello di di connessioni educazione.

Sofía: E se lo pensi è molto interessante, perché lui è italiano, io sono latina però viviamo in America.

Peppe: Quindi rappresentate proprio l’immigrazione nella sua essenza, due comunità straniere che si incontrano per fare da ponte tra le loro rispettive comunità.

Alessio: Abbiamo per esempio un progetto in proprio da settimane, con noi lavora una ragazza venezuelana che veramente si è fatta il giro del Sud America per arrivare negli Stati Uniti, c’è una situazione in Venezuela che è disastrosa, la gente che scappa dal paese eccetera…

Peppe: Voi durante il tour vi siete anche imbattuti nelle rivolte in Ecuador.

Alessio: Noi siamo andati in Ecuador e il giorno prima stavamo a Cartagena in Colombia, [guardiamo la CNN che dice] guerriglia in Ecuador, ammazzano uno, in televisione scappano, i gangster… Allora tu ti pensi vado lì ed è finita per me. Arrivati in Ecuador la situazione era, come dire, che dovevi stare attento perché alle 11:00 di sera c’era il coprifuoco, poca gente in mezzo alla strada. Però tra virgolette una situazione tranquilla, non abbiamo avuto tanta paura però ovviamente bisognava stare attenti. E adesso per esempio in Venezuela – ma non solo in Venezuela, ci sono molti punti dell’America Latina che sono dei paesi molto poveri dove succedono tante cose brutte – e abbiamo una ragazza che lei per esempio è andata dal Venezuela al Cile, camminando, passando per il deserto di notte, passando i fiumi in canoa, nuotando… per cercare una vita migliore. Quindi da un paese all’altro tu cerchi una vita migliore, cerchi di arrivare, di sopravvivere. Adesso si trova negli Stati Uniti, lavoratrice, ed è una persona che abbiamo visto le piace il mondo della pizza e proprio come lei ce ne sono migliaia di altre, che magari o non riescono ad arrivare negli Stati Uniti, o in altri paesi, che tu non sai finché non glielo metti di fronte cosa vogliono. Ed è là dove vogliamo arrivare: cercare con la pizza di dare un’opportunità a gente che magari ad oggi non può, e questa ispirazione ci è venuta da quello che già fanno a Napoli, per esempio nelle carceri dove vanno a insegnare la pizza. Io ho un amico che stava in un carcere, ed è diventato pizzaiolo. Adesso viaggia il mondo e io vedo in lui veramente la passione, la speranza, quello che si può fare. Allora se riusciamo, se possiamo perché no.

Peppe: Ragazzi, chiacchierata fantastica e tra l’altro Sofía complimenti perché hai retto tutto il tempo in italiano senza cedere allo spagnolo, considerata anche la stanchezza della giornata. Noi generalmente chiudiamo con la domanda di rito che è: i progetti per il futuro. In realtà voi me li avete già detti i progetti per il futuro, quindi facciamo i progetti per il presente: qual è la prossima cosa che farete dopo che sarete tornati da Parma… a parte andare a casa a trovare la tua famiglia, Alessio. La prima cosa che farete per Latinos en pizza.

Alessio: Ci sono tanti progetti nel presente, quello più vicino è sviluppare al meglio il nostro contenuto online, quindi avere una standardizzazione . Già stiamo iniziando a collaborare con delle aziende, quindi focalizzarci su questo. Molte persone ci hanno chiesto delle membership, quindi far parte in più di Latinos en pizza, creare una comunità più forte e diciamo far crescere la comunità.

Sofía Stiamo parlando di cominciare una sezione solo di donne sulla pizza. E anche hai nominato prima il Brasile, abbiamo qualche pizzaiolo brasiliano che ci segue però non sono tanti [per cui] vogliamo almeno fare uno o due video in portoghese, e così anche prendere un po’ di persone dal Brasile.

Peppe: Lavorerete anche con l’altra community di pizzaiole che è Women in Pizza, visto che hai parlato di donne nella pizza?

Sofía: Sì sì, vorremo lavorare con loro e dobbiamo veramente, io penso che sarebbe meglio. Non ci sono tante organizzazioni no profit nel mondo della pizza e penso che il loro progetto si connetta molto bene con il nostro… Vediamo se loro sono interessate.

Peppe: Perfetto ragazzi, grazie mille. È stato veramente un piacere fare questa chiacchierata con voi e, che dire, io vi auguro un enorme in bocca al lupo. Continuerò a seguirvi e spero tra l’altro di venirvi a trovare a casa vostra così da vedere pure cosa fate sul posto, o magari chi lo sa in giro per il centro e il Sud America con voi. E comunque veramente mi piace tantissimo la passione e l’entusiasmo che state mettendo in questo progetto, grazie per averlo condiviso con me.

Sofía: Grazie Giuseppe, grazie per averci invitati.

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